| |
Alcuni anni or sono, nel 2002 per l’esattezza, un evento mediatico di non poca importanza per il mondo dei medievisti, appassionati amateurs o studiosi accreditati che fossero, sembrò proporre finalmente una soluzione per la vexata quaestio della colpevolezza templare. Il monaci-cavalieri erano stati dei blasfemi adoratori di idoli come il Bafomet oppure dei prodi e innocenti eroi della fede?
La storica Barbara Frale aveva dato l’annuncio del ritrovamento di un documento papale relativo all’inchiesta ed ai processi contro i Templari, datato ottobre 1307 e contenente la deposizione di Jacques de Molay, resa a Chinon agli inviati del pontefice.
Nel documento, che venne chiamato “pergamena di Chinon”, il pontefice Clemente V tramite i suoi legati assolveva i Templari. Essi venivano così reintegrati nella Chiesa con il riconoscimento del diritto ai sacramenti, perché pentiti dei loro errori. Non si trattava dunque di un proscioglimento dalle accuse, sebbene di un’assoluzione da un peccato che doveva passare per veniale.
Il documento nel 2002 non venne pubblicato nell’interezza del suo testo.
Successivamente se ne parlò ancora molto e l’opinione pubblica, sempre divisa tra innocentisti e colpevolisti, attendeva con ansia di poter leggere le parole riabilitanti rivolte da Clemente V ai Poveri Cavalieri di Cristo, ormai non più poveri ma perseguitati.
I testi parlano
Sono passati alcuni anni ed oggi sui quotidiani del 24 ottobre 2007 (Resto del Carlino, la Nazione, Il Giorno a sigla f.gh.) viene divulgata una parte saliente del testo:
“Noi per misericordia divina cardinali preti Berengario del titolo dei Santi Nereo e Achilleo, e Stefano del titolo di San Ciriaco in Termis, e Landolfo, cardinale diacono del titolo di Sant’Angelo (...) ritenemmo che al medesimo frate Jacques, gran maestro dell’ordine, che nelle nostre mani abiurava la ora rivelata e ogni altra eresia e che giurava sui santi Vangeli di Dio richiedendo umilmente anche il beneficio dell’assoluzione per questi fatti, fosse da impartire il beneficio dell’assoluzione secondo le forme della Chiesa, riaccogliendo egli stesso nell’unità della Chiesa e restituendolo alla comunione dei fedeli e ai sacramenti ecclesiastici”.
Viene confermata quindi una colpevolezza ma anche affermato un pentimento ed un perdono, che però nei fatti rimase lettera morta, poiché la pergamena di Chinon, per misteriose pressioni assai probabilmente da parte di Filippo il Bello, non venne resa nota ai tempi e giacque dimenticata per secoli negli Archivi Segreti Vaticani.
I documenti e la loro divulgazione
Più che altro, l’oggetto di tanto interesse storico-mediatico rimase in ombra tra fascicoli separati dal resto delle testimonianze documentali coeve sui processi contro l’ordine del Tempio.
L’opera dei ricercatori, tutti officiali dell’Archivio Vaticano, ed in particolare di Barbara Frale, rende oggi possibile la lettura di tutto il testo per un’operazione di recupero intrapresa dal Vaticano stesso. Con il progetto di mettere in atto una campagna stampa di notevole risonanza viene organizzata una conferenza per la presentazione di tutti i documenti del Processus contra Templarios nell’Aula vecchia del Sinodo (in Vaticano) per il 25 ottobre alla presenza di alti prelati. (Osservatore Romano, 25 ottobre 2007)
Si scopre in quell’occasione che si tratta di una confezione numerata e preziosissima in carta fatta a mano, pelle, cuoio ed altri materiali simili a quelli originali, costituita da un più grande contenitore per un cofanetto che custodisce quattro pergamene con gli atti processuali, la riproduzione di un fascicolo cartaceo con le deposizioni dei templari ed un volume legato sempre in pergamena con scritte in oro. Tutti i testi sono corredati da un ricco apparato di note apposto in calce alle pergamene. Non viene divulgato il prezzo ma poi in altre fonti si viene a sapere che è altissimo e che la tiratura è limitata a 399 esemplari con previsione di raggiungere le 799.
Così almeno ci pare di capire dall’articolo pubblicato sull’Osservatore Romano del 25 ottobre, dove con molta cura viene descritta la preziosità di tutto il kit editato da una ditta specializzata di Mestre.
I contenuti testuali
Sulla sostanza degli importanti documenti si dice solo che il Processus in questa edizione appare superiore, per qualità di recupero testuale, a quello delle precedenti edizioni di Konrad Schottmuller (1887) e di Heinrich Finke (1907), fonti ampiamente usate fino ad oggi dagli studiosi.
Ma su un punto dobbiamo soffermarci e cito una frase dell’articolo:
“...i testi del Processo ai templari che ora si ripubblicano in edizione critica più sicura delle precedenti, così come i pregiati fac-simili delle pergamene e di altri atti di quel processo (...) assumono il carattere di una edizione d’arte...(che) non entra...in valutazioni di tipo giuridico o diplomatico sul noto processo o sui suoi esiti, fra contraddittorie posizioni innocentiste o colpevoliste, fra valutazioni contrastanti relative alla celebre ‘assoluzione’ di Chinon, e meno che meno la recente iniziativa può avere alcuna coloritura di favore o disfavore verso i Templari”.
Si tratta perciò, sempre per ammissione dell’articolista (il vescovo Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano), di una operazione editoriale destinata a reperire risorse economiche da indirizzare al restauro di antichi documenti danneggiati. Nulla a che vedere con una pretesa riabilitazione templare e tantomeno con un riconoscimento di innocenza, nonostante l’assoluzione impartita dai legati pontifici. Notiamo come l’insigne prelato autore dell’articolo abbia virgolettato il termine ‘assoluzione’, volendo prendere evidentemente le distanze dal significato della parola.
Il mistero di un’assoluzione occultata
Se ci fu vera assoluzione questa fu messa sotto chiave. Perché? Certo possiamo pensare ragionevolmente alle pressioni del re Filippo che voleva impadronirsi dei beni dell’ordine per ripianare in modo forse un tantino cruento, ma efficace, i suoi pesantissimi debiti. Il papa Clemente si era espresso nella pergamena ed i Templari erano alla sua diretta obbedienza; molto difficile poter credere che fossero state solo le ingerenze regali a determinare l’insabbiamento del problema ed a lasciare che la storia facesse il suo tragico corso.
Può anche darsi che le colpe fossero tanto gravi da creare qualche difficoltà di fronte alla storia ad un papa che le avesse volute perdonare.
Forse quell’assoluzione poteva essere un atto dovuto ai Templari la cui vena eretica praticata da alcuni di loro era probabilmente da tempo ben nota al pontefice e tollerata quasi fosse nulla più che una bizzarria da caserma. La loro fedeltà al Soglio era certa e nulla poteva far pensare che l’ordine dei Milites Templi volesse distaccarsi dalle accoglienti braccia della Chiesa.
Tutto si consumava nel segreto delle commanderies e nulla doveva trapelare fuori da quelle mura, perché in sostanza nulla accadeva per dover condannare un corpo militare che tanto aveva dato alla politica cristiana in oriente.
Lo scopo dei rituali blasfemi
Gli sputi sul crocifisso dunque erano veri? La risposta che oggi si tende universalmente a dare è: ‘Sì, erano veri, ma era come non lo fossero perché dati ore et non corde, ossia dati formalmente e non con il disprezzo blasfemo di chi vuole bestemmiare il Salvatore.’
Consegue dunque la domanda: ‘Perchè allora si prendevano tanta pena, perché lo facevano, a che serviva?’
Qualcuno dice: ‘Perchè così i vecchi cavalieri si accertavano del coraggio dei giovani al momento del loro accoglimento nell’ordine’, ma la cosa non pare molto convincente. L’atto blasfemo che si commetteva doveva avere un’altrettanto grave motivazione, non si va a scomodare la fede più profonda in Gesù Cristo se poi tutto questo era destinato a produrre soltanto un senso di orrore per la bestemmia. E neanche per spavalderia da caserma si arriva ad una simile contraddizione.
Forse perciò il gesto doveva stimolare il pensiero, doveva costituire una sorta di provocazione della mente che sul quell’atto doveva riflettere e porre quindi delle domande.
Ecco che si affaccia il tema della domanda.
Il tema della domanda iniziatica
Nel mio libro SATOR codice templare avevo accertato che, se si sovrappone al quadrato palindromico del SATOR, molto misteriosamente inciso su varie chiese di pertinenza templare, una delle griglie che spesso si trovano graffite sulle pietre delle prigioni dell’ordine, ma anche delle commanderies, si ottiene uno strano risultato. Ossia la formula contratta e sintetica:
TEP PET TER RET
Nel mondo templare le abbreviazioni erano in uso ed i cavalieri lo avevano ampiamente dimostrato in vari luoghi tra i quali cito il principale, a mio avviso, quello di Blanzac, dove nella chiesa tra gli affreschi è conservato un monogramma del lemma SATOR. Il termine alluderebbe a tutto il palindromo ed alla nota dottrina gnostica di cui è il ‘credo’.
Ritornando quindi alla frase ‘TEP PET TER RET’, lo scioglimento delle contrazioni dà come risultato ‘TEMPLUM PETE TER RECTE’ ossia ‘chiedi al Tempio tre volte con animo retto’. (A.Giacomini, Sator Codice templare, Latina 2004, p.121)
Viene quindi richiesta la domanda come accesso ad ulteriori informazioni dottrinali destinate solo ai puri, probabilmente a coloro che alla richiesta di sputo sulla croce avessero domandato ‘perché?’. Cioè a coloro che avendo agito solo ore et non corde non subivano passivamente l’ordine dei superiori ma cercavano di rendersi conto delle profonde ragioni di un gesto così insensato.
La dottrina del SATOR
Quali potessero essere le notizie che avrebbero completato l’istruzione dei monaci cavalieri è possibile intuirlo sempre attraverso il palindromo del SATOR, portatore di dottrina gnostica, inciso sull’esterno delle chiese dove i templari apponevano i loro riferimenti geografici.
Ricordo che la traduzione gnostica del palindromo è la seguente:
SATOR AREPO: Io seminatore creo
TENET OPERA: Egli (il Demiurgo) governa le opere
ROTAS: Tu (uomo) ruoti
(vedi A.Giacomini, SATOR enigma templare, Carmagnola 1999)
Nelle tre frasi tre sono i verbi e tre diversi i soggetti.
Dio creatore parla in prima persona quindi si tratta di una rivelazione. Le lingue usate sono due, latino e greco (il termine arepo è greco ed è formato dal prefisso ar e dal verbo epo).
Quel minimo di forzatura linguistica che implica l’uso del verbo arepo, quale neologismo costruito ad hoc e traslitterato dal greco, viene giustificato dal suo contrario che è il termine opera e dalle necessità morfologiche specifiche di un palindromo-acrostico.
Rapporti Chiesa e Templari
In conclusione possiamo affermare che l’eresia templare esisteva ma era tenuta soffocata sotto la condiscendenza della Chiesa verso pretesi usi da caserma che non compromettevano la fedeltà al Soglio.
Parrebbe evidente oggi come il rapporto pontefice-ordine del Tempio vivesse di logiche proprie, nelle quali grande parte aveva la dipendenza assoluta dei cavalieri al papato. E’ altrettanto evidente che la convinzione di De Molay di ottenere il perdono di Clemente V nel corso di un dialogo diretto a lungo cercato, si basasse sulla fiducia che gli argomenti usati sarebbero stati assolutamente convincenti. L’ipotesi che il papato conoscesse da tempo la serpeggiante vena gnostica dell’élite dei cavalieri e la sopportasse, può a buon diritto rientrare nel novero di quegli argomenti. Questo atteggiamento di silente tolleranza, per non correre il rischio di una scissione, i pontefici lo avevano già varie volte adottato. Un caso ci appare più interessante di altri. Il filosofo catalano Raimondo Lullo, importante per l’influenza del suo pensiero sull’ordine del Tempio, considerato beato e perla della storia del francescanesimo, iniziava il suo Libro dell’Ordine della Cavalleria con le seguenti parole:
“Comincio questo libro sull’Ordine della Cavalleria dicendo che, a somiglianza di Dio, il Potentissimo Principe che regna sui sette pianeti che sono corpi celesti ed hanno potere e signoria nel governo e nell’ordine delle cose terrene: così i Re e i principi devono esercitare potere e dominio sui cavalieri e questi, similmente sui popoli, per ordinarli e difenderli”.
L’esistenza di un “Principe che regna sui sette pianeti”, e la concezione dei sette pianeti come arbitri delle cose umane sono affermazioni di purissima marca gnostica, con precise allusioni al Demiurgo che è figura diversa da Dio e non ammessa dalla dottrina cristiana. Tutto l’insieme non ha nulla a che vedere con l’ortodossia praticata dalla chiesa cattolica, che pure accettò ed accetta il profumo di santità del loro autore.
De Molay dunque era sicuro che la tolleranza papale avrebbe coperto i cosiddetti errori commessi da una parte di loro. Ma a questo punto delle ricerche dobbiamo ammettere che egli giiustamente contasse sulla comprensione papale. L’ammissione della colpevolezza, così come volevano gli inquisitori, poteva servire egregiamente da freno nell’inchiesta di Filippo il Bello. Avrebbe poi pensato il papa a chiudere l’argomento con un’assoluzione, in una faccenda che era solo di sua competenza, come dalla pergamena di Chinon risuluta. La sua archiviazione guastò tutto il piano templare destinato a non favorire troppa attenzione verso l’accusa di necromanzia, per la quale forse non era possibile chiedere perdono perchè andava a minare la sovranità assoluta del potere spirituale della Chiesa.
E’ assai possibile che dopo qualche anno, nel 1314, quando il processo portò ad una sentenza di colpevolezza, l’indignazione e la delusione di De Molay fossero irrefrenabili e che non potesse fare a meno di gridare la sua innocenza con Geoffroy de Charnay, quel tragico 18 marzo. Una tattica difensiva adottata per salvare l’ordine dalla pericolosissima accusa di necromanzia, sorella della stregoneria, era diventata una trappola, per la debolezza di un papa che si dimostrava solo un politicante, e che non sapeva tener fede alla parola data.
Un’altra considerazione si fa strada in questa nebbia. Forse De Molay non aveva vissuto quel tradizionale gnosticismo con piena convinzione, forse all’ultimo si sentì coinvolto in una storia di cui non aveva mai condiviso fino in fondo le tesi e mentre Hugues de Payraud e Geoffroy de Gonneville accettarono il carcere perpetuo sapendo di essere colpevoli, il maestro volle gridare la sua innocenza. Un reo confesso, quale egli era, diventava relapso se ritrattava e la pena era il rogo. Filippo il Bello scelse quella soluzione invece di optare per una revisione del processo.
(A.Giacomini, Chinon, l’estremo messaggio templare, Bari 2004) |
|